Dott.ssa Anna Masi

Biologa Nutrizionista - Farmacista - Naturopata

Mode alimentari…parliamone!

Nonostante le numerosissime evidenze scientifiche che comprovano i benefici di una dieta ricca in fibre, oligoelementi e acidi grassi essenziali quali il Metodo Wellbeing, ogni anno assistiamo alla nascita di modelli alimentari non conformi alle esigenze del nostro fabbisogno nutrizionale, perlopiù squilibrate verso un consumo eccessivo di proteine e grassi animali con l’illusione di un facile e poco impegnativo raggiungimento del peso forma.
Una ricerca statistica condotta negli USA ha mostrato che tre principali diete (Weight Watchers, Zona, Atkins, South beach) non avevano superato il 10% di successi nel dimagrimento a un anno.
Dai dati che abbiamo, non c'è da stupirsi. Chi ha seguito una dieta sul modello mediterraneo quale quella proposta dal Metodo Wellbeing ha una probabilità di successo a un anno dell'86%.

Dieta miracolosa? No, solo che non illude nessuno. Poiché richiede una coscienza alimentare e quindi un piccolo sforzo da parte del soggetto (che deve capire!). Gli altri modelli alimentari promettono molto ma basandosi solo ed unicamente su illusioni, alla fine spuntano numeri decisamente deludenti.
Molti modelli alimentari nascono espressamente per fare business e "devono" lavorare sulla grande popolazione. I loro insuccessi non fanno comunque che sottolineare che l’alimentarsi in modo sano e corretto è un atto di coscienza e non una moda.
Esiste un trend comune a tutte le mode alimentari del momento ovvero la strategia del terrorismo alimentare.
Essa consiste nel demonizzare gruppi di alimenti in modo che il soggetto non li assuma e, indirettamente, mangi di meno e quindi dimagrisca. Quasi sempre si consiglia l'esercizio fisico per cui da sedentario il soggetto fa un po' di moto e dimagrisce un altro po'.
Alcuni esempi di terrorismo alimentare sono le diete iperproteiche che demonizzano i carboidrati senza distinzione fra quelli complessi e integrali e quelli semplici e raffinati oppure le diete ipolipidiche che demonizzano i grassi di qualunque natura compresi quelli mono e polinsaturi degli oli vegetali e dei semi. Tutti questi metodi all'inizio sortiscono qualche effetto, perché il soggetto mangia di meno; poi l'effetto svanisce.
Il vero danno sociale di questo terrorismo alimentare è che il soggetto deluso si convince che per lui è impossibile dimagrire e si incanala verso una storia di patologie da stile di vita errato.
Prendendo la dieta iperproteica come esempio di modello malsano di alimentazione, essa si basa sul fatto che è impossibile trasformare i grassi alimentari in grassi di deposito in assenza di carboidrati. Il calo ponderale che si ha in questa dieta iperproteica è dato dalla perdita di acqua - provocato dalla diminuzione delle calorie - e dal calo d'appetito provocato dalla chetosi - essa provoca radicali acidi che possono danneggiare i tessuti, in particolar modo i reni -.
All’inizio degli anni ’80 era stato stimato da parte di diversi studiosi e dalla United States Academy of Sciences che l’alimentazione potesse essere responsabile di circa il 30% di tutte le morti per tumore nei Paesi sviluppati, ma l’intervallo accettabile di questa stima era molto ampio e poteva variare tra il 10% e il 70%. Attualmente la stima più verosimile non è sostanzialmente cambiata, ma l’intervallo accettabile è ristretto ad un ambito tra il 20% e il 50%. Negli ultimi venti anni la ricerca epidemiologica ha potuto migliorare la conoscenza delle relazioni specifiche tra cibo, nutrizione e rischio di tumore, a identificare l’effetto dei singoli cibi e nutrienti e nel trovare una strategia d’intervento appropriata.
Inizialmente, l’attenzione è stata posta sui consumi di grassi, particolarmente di origine animale. I risultati di questi primi studi mostravano una forte associazione dei grassi animali con alcuni tipi di tumori, tuttavia i successivi studi (più grandi e mirati) hanno riportato risultati spesso in contrasto, in particolare rispetto all’associazione con il tumore della mammella e con i tumori del colon-retto.
Recentemente, uno studio condotto dal gruppo EPIC ha confermato che il tumore del colon-retto è positivamente associato ad un elevato consumo di carne rossa e conservata e negativamente al consumo di pesce (Norat et al., J Natl Cancer Inst 2005).
Quasi tutti gli studi hanno indicato un moderato effetto protettivo, per consumi elevati di frutta e verdura, sul rischio di tumore del cavo-orale, dell’esofago, dello stomaco, del colon, del retto, del polmone e del pancreas. Inoltre, i cereali integrali (con elevato contenuto di fibre) sono stati associati ad una diminuzione del rischio per i tumori del colon-retto ed altri tumori del tratto digestivo. I primi risultati di un grande studio europeo hanno mostrato che un consumo doppio di quello di base (sui consumi medi della popolazione in studio) di fibre alimentari, può ridurre il rischio di tumori del colon-retto di circa il 40%.
Tassi minori di mortalità per alcuni tipi di tumori sono stati riscontrati in alcuni Paesi dell’Europa meridionale, probabilmente dovuti alla così detta “dieta mediterranea”, più povera di carni e grassi di origine animale, e più ricca di pesce, olio di oliva, frutta e verdura, cereali integrali e con consumi moderati di bevande alcoliche.
La frutta e la verdura sono ricche di vitamine, fibre e altri inibitori della cancerogenesi (sostanze che rallentano lo sviluppo dei tumori in animali di laboratorio) quali i flavonoidi ed isoflavoni, ed inoltre sono in grado di svolgere azioni benefiche quali: (i) la neutralizzazione di cancerogeni; (ii) la diluizione della concentrazione dei cancerogeni; (iii) la riduzione della capacità delle cellule trasformate di proliferare; (iv) l’azione antiossidante.
In linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dell’American Cancer Society, si dovrebbero consumare almeno 5 porzioni al giorno (3 porzioni di verdura e 2 di frutta) per ridurre il rischio di tumori.
Quando l'organismo sottoposto ad una dieta iperproteica si trova in carenza di carboidrati non utilizza i grassi di deposito a scopo energetico e ne tantomeno il glicogeno di riserva, utilizza le proteine che sono introdotte con gli alimenti e in parte anche le proteine muscolari, dalla loro deaminazione si ricavano gli aminoacidi (leucina, isoleucina, valina, acido glutammico, acido aspartico, alanina, cisteina, glicina, prolina, serina e treonina, dove l'alanina gioca un ruolo fondamentale nel ciclo glucosio-alanina) necessari per sintetizzare il glucosio (gluconeogenisi) utilizzato per scopi energetici.
Queste procedure metaboliche producono molte sostanze di scarto come l'acido urico e altri acidi che, per non depositarsi a livello articolare, vengono eliminati insieme al calcio e acqua attraverso le urine. Quando non si assume abbastanza calcio con la dieta, gli acidi rilasciati durante la metabolizzazione andranno ad intaccare il calcio delle ossa, provocando osteoporosi e calcoli renali.
Inoltre, per far fronte all'eliminazione di questo materiale in eccesso, viene attivata quella parte del rene che generalmente è a riposo, causando in un tempo relativamente lungo danni renali.
Le principali proteine assunte con le diete iperproteiche sono di origine animale e ricche di grassi saturi e colesterolo, aumentando, in questa maniera, il fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e aumentando l'incidenza di alcuni tumori come quello al colon e alla mammella. In uno studio su 17 uomini obesi, i ricercatori del Regno unito hanno scoperto che questo tipo di alimentazione aumenta il rischio di tumore al colon, in quanto nei soggetti sono stati rilevati livelli alti di sostanze note come composti N-nitrosi e altri metaboliti collegabili al cancro. Tali grassi possono, inoltre, provocare acne e dolori articolari.
Infine lo stato di chetosi indotto da questa dieta provoca la perdita di grandi quantità di acqua per eliminare i corpi chetonici (come nel diabete) causando stati di disidratazione. Chi soffre di malattie renali, cardiache o di diabete deve assolutamente evitare le diete iperproteiche come in generale occorre che facciamo tutti.
Le diete iperproteiche possono compromettere l'assorbimento di vitamine e minerali, con incrementi delle anomalie delle funzioni dell'ematuria renale ed epatica. L'OMS stabilisce che un uomo sedentario deve assumere 0,75g per kg di peso corporeo di proteine. Chi svolge attività fisica tre volte la settimana deve assumere circa 1,5g/kg di P. C. (peso corporeo), chi lavora e svolge un allenamento quotidiano e pesante deve assumere circa 1,8g/kg di P. C. e chi pratica, invece, sport agonistico caratterizzato da due sedute di allenamento giornaliero deve assumere 2g/kg P. C.

 

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